Un ottimo approfondimento sul giornalismo americano. È quello fornitoci dal testo di Fabrizio Tonello, per le edizioni Carocci, intitolato appunto “Il giornalismo americano”.
La storia del giornalismo in America risale alla fine del Settecento. Qui, la questione della libertà di espressione si pose già nel 1773, ancor prima di quella dell’indipendenza (1776).
Anni dopo l’indipendenza, la stampa americana non solo era politicizzata, ma era il mezzo più efficace a disposizione dei partiti per comunicare con i loro sostenitori.
Nell’Ottocento, i giornali erano la base organizzativa per l’attività politica, tanto che i loro direttori giocavano in essa un ruolo chiave.
La stampa politicizzata non conobbe declino nemmeno dopo il
L’avanguardia tecnologica aveva infatti spianato la strada alla “penny press”: grazie alle nuove macchine si abbassò drasticamente il prezzo dei quotidiani e, conseguentemente, aumentò il numero dei lettori.
È il periodo in cui venne inserita la cronaca nera, in cui i giornali vennero venduti per strada e durante il quale fu sempre più impegnativa la ricerca della pubblicità.
Si arriva dunque alla fine dell’Ottocento, quando si ebbe la più importante innovazione del tempo: Joseph Pulitzer creò la moderna prima pagina, costituita da una precisa gerarchia di notizie e da molte immagini. Inoltre, i quotidiani di Pulitzer si occupavano di uragani, di delitti, ma anche delle cause dei lavoratori, degli immigrati e delle donne.
Nel viaggio di Tonello attraverso la storia del giornalismo americano, approdiamo poi ai primi del Novecento, ovvero al periodo dei “muckrakers”, i quali, animati da spirito militante su temi come l’edilizia,
Dal buon seguito ottenuto dal linguaggio aspro e diretto dei “muckrakers”, emerse più tardi una convinzione, che dopo la prima guerra mondiale si tramutò in certezza: il cittadino poteva essere manipolato con straordinario successo dalla propaganda governativa.
Si fa strada intanto l’idea di una deontologia professionale basata sulla “scientificità” del lavoro giornalistico. Di questa, fu promotore Walter Lippmann.
In America, la storia della televisione e della radio è caratterizzata da un percorso anch’esso eterogeneo.
Dalle sue finalità educative (primarie negli anni venti) al suo grande potere sulla sfera politica degli anni trenta, la radio è stata sempre un medium di grande importanza anche in America.
Arriviamo dunque agli anni cinquanta, agli anni per così dire “della televisione”. In tale periodo - ci spiega Tonello -Passiamo al 1962, data storica per il giornalismo americano, in cui Walter Cronkite andò in onda per la prima volta come conduttore del telegiornale della sera e divenne un’icona dell’informazione del continente.
Dopo la seconda guerra mondiale, si registra (almeno fino al 1975) uno dei periodi di maggiore successo e credibilità per il giornalismo professionalizzato.
Negli ultimi venticinque anni, un’ondata di cambiamenti tecnologici e di trasformazioni proprietarie hanno inserito il giornalismo americano in una grande macchina globale: “l’infotainment”, cioè l’informazione-intrattenimento, un giornalismo molto popolare, ma che ruota attorno alle personalità più che ai problemi.
Questo tipo di informazione investe anche il campo del giornalismo politico, nell’ambito del quale persino le campagne elettorali sono trattate come una forma di spettacolo. In tal modo, si tende a far concentrare l’attenzione dello spettatore più sugli “attori” che sulle reali intenzioni dei candidati.
Di questa spettacolarizzazione furono vittime le campagne elettorali americane del 2000 e del 2004.
Arriviamo infine ai “giorni nostri” e al “dopo undici settembre”.
Con gli attentati del 2001, il giornalismo americano è diventato sempre più giornalismo “di guerra”, adottando il “frame” dello scontro di civiltà e della “guerra infinita”.
Allo stesso tempo, nel 2002 e nel 2003, la stampa americana, monca di una sua storia che prestasse particolare attenzione ed interesse per le notizie provenienti dall’estero, ha poco indirizzato la discussione sulle armi di distruzione di massa presenti in Iraq. Ne è un esempio, in tale situazione, il “Washington Post”.
E attualmente, che fase attraversa l’informazione americana?
Oggi, il giornalista americano è inserito in un’organizzazione di tipo industriale, il cui fine è la realizzazione di un prodotto con caratteristiche tecniche predeterminate. La redazione è una specie di catena di montaggio: deve operare bene, ma soprattutto velocemente e in modo uniforme allo standard del medium di riferimento.
Un’accusa che spesso viene mossa ai giornali americani è il conformismo, ma in realtà, quando questa tesi è veritiera, esso è dovuto a problemi di tempo: secondo l’autore del testo, ormai i media non hanno più il tempo di cercare approcci diversi da quelli proposti dalle istituzioni o dagli stessi media in tempi più remoti.
Un libro breve, semplice, cronologicamente perfetto; forse la sua unica pecca è quella di essere un po’ troppo schematico, tuttavia utile ed interessante, soprattutto per chi lavora nel settore.
dettagli del libro
Il
giornalismo AMERICANO
di Fabrizio Tonelli
Carocci Ed. (2005)
Collana Le Bussole
ISBN 8843033190
Pagine 144