Autore: Claudio Pasqua
L'immane
tragedia cui stiamo assistendo in queste ore negli USA dovuta al passaggio dell'uragano Katrina ci riporta per un momento a pensare a una tragedia naturale altrettando drammatica: la distruzione portata dal violento maremoto nel sud est asiatico del dicembre dello scorso anno.
Eppure tra i due fenomeni, così vicini dal punto di vista del dramma umano, percepiamo una
inquietante dicotomia.
Chi ha letto i messaggi pervenuti alla nostra redazione nei giorni successivi alla catastrofe asiatica ha potuto constatare la totale e devota partecipazione ai soccorsi da parte della popolazione colpita.
Molti
italiani, al loro rientro, hanno
testimoniato di essere stati soccorsi dalla popolazione asiatica colpita, prima ancora che l'organizzazione umanitaria si mettesse in moto. E i gesti di solidarietà si sono moltiplicati, alla ricerca di un interesse comune, nonostante le estreme difficoltà dovute alle conformazioni geografiche del territorio e alla povertà delle risorse in gioco.
Se paragoniamo quelle povere regioni con la ricca regione di
New Orleans (USA) la percezione della diversità di comportamento della popolazione locale è abissale.
Infatti, per un apparentemente inspiegabile fenomeno, proprio nella ricca e potente nazione americana la sicurezza sta diventando un
incubo, e nella più importante città allagata, già da 72 ore dopo il passaggio dell'uragano
Katrina, si svolgono inquietanti e incivili fenomeni di sciacallaggio e violenza inaudita, segnalati sempre più vicino a aree densamente popolate, hotel, ospedali, case di riposo.
La situazione nella città si è fatta subito "troppo pericolosa" per i suoi stessi operatori soccorso che sono stati presi di mira da colpi sparati da cecchini mentre stavano tentando di trarre su imbarcazioni le vittime isolate dall'acqua che ha invaso la città.
Il presidente degli USA George Bush ha inviato addirittura
militari provenienti dal fronte
iracheno con l'
ordine di sparare sulla
folla in casi di sciacallaggio.
Come possiamo spiegarci questo fenomeno sociale?
Non solo
il più ricco e potente paese del mondo non è in grado di affrontare un disastro naturale, se pur di grave rilevanza.
Ma quel che più sorprende è che ciò è la dimostrazione di come sia lo stesso tessuto sociale ad essere alterato in partenza.
La differenza con il Sud Est Asiatico si fa ancora più spaventosamente reale.
Gli abitanti di New Orleans, al contrario della dignitosa calma e altruismo dimostrati dal popolo asiatico, stanno reagendo con crescente
rabbia e frustrazione al ritardo con cui sono prestati i soccorsi alle vittime dell'uragano.
Viene in mente un libro del sociologo americano
Christopher Lasch,
La cultura del narcisimo (1), in cui l'autore afferma che il consumismo ha impregnato così a fondo la mentalità americana che la maggior parte degli statunitensi, soprattutto la generazione più giovane, siano totalmente concentrati sulla gratificazione immediata e su obiettivi puramente materiali.
Lasch ha affermato che il tessuto sociale si è impregnato di obiettivi quali il perseguimento di "precisi interessi personali, o il calcolo razionale dei vantaggi individuali e di classe" trasformandosi in ricerca del piacere e della sopravvivenza fisica. "Vivere per il presente è l'ossessione dominante - viver per se stessi, non per i predecessori o per i posteri"
Il tema è stato recentemente sottolineato da
Jeremy Rifkin, in una intervista alla
CNN, (ribadendo considerazioni già affrontate dalla nostra redazione) che ha accusato gli Stati Uniti di avere
improntato il suo modo di vivere secondo un processo
individualista e
autosufficiente, e rifiutando di affrontare problemi globali che ne vanno della vita dell'intero pianeta, come ad esempio il protocollo di Kioto.
«Gli Stati Uniti sono stati colpiti dall'effetto serra e non da un semplice uragano. E in queste ore la Casa Bianca sta nascondendo all'opinione pubblica mondiale ciò che la comunità scientifica internazionale ha previsto da anni, ovvero che il surriscaldamento del Pianeta è dovuto allo scellerato modello di sviluppo neoliberista» (2)In effetti recenti sondaggi sembrano dare ragione sia a Rifkin che a Lasch.
In un sondaggio rivolto a un significativo campione di americani è stata posta la seguente domanda:
"E' accettabile il ricorso alla violenza per ottenere ciò che si vuole?" Un americano su quattro ritiene che il ricorso alla violenza sia
accettabile come mezzo per raggiungere i propri obiettivi. Michael Adams, direttore della società di sondaggi Environomics, ne trae la conclusione che gli americani, rispetto ad altri popoli come i vicini canadesi ai quali è stata posta la stessa domanda, siano maggiormente disposti a tutto, pur di realizzare per se stessi il "Sogno americano", anche di ricorrere alla violenza se necessario
(3).
Robert Putnam, della Harward University, nella sua pubblicazione
Bowling Alone (Capitale sociale e individualismo), ha attribuito l'eccessivo individualismo parlando di declino della società civile americana a diversi fattori: la pressione di "tempo e denaro" (specialmente sulle famiglie con entrambi i coniugi in carriera) la suburbanizzazione e la dispersione geografica (con conseguente aumento del tempo di pendolarismo e riduzione del tempo disponibile per la famiglia o il noprofit). E alla crescente privatizzazione dell'intrattenimento e del tempo libero, con un fenomeno comune: il tempo dedicato alla televisione (con diminuzione delle attività socializzanti) è in aumento. Il cambio generazionale, con i giovani sempre meno propensi a dedicare il proprio tempo agli altri in attività sociali non retribuite, diminuizione della partecipazione civica connesso con l'aumento dell'uso di strumenti elettronici di intrattenimento
(4).
Certo, questo non basta per spiegare il fenomeno che spinge masse di persone a distruggere, uccidere, stuprare in una città considerata - solo fino a pochi giorni prima dell'uragano - orgoglio americano e patria mondiale del jazz.
Siamo di fronte a fenomeni apocalittici del genere di The Day After, dove non si vuole affatto sminuire la straordinaria forza della società civile americana, ma "ricordare che nelle motivazioni alla base della coscienza civile statunitense il carattere individualista e le radici religiose hanno grande peso"
(5) .
(1) Christopher Lasch, La cultura del narcisismo. L'individuo in fuga dal sociale in un 'età di disillusioni collettive", trad. it. Milano, Bombiani, 2001, pp. 17,41
(2) Jeremy Rifkin, Corriere della Sera, 2 settembre 2005
(3) Michael Adams, Fire and Ice: The United States, Canada and the Mith of Converging Values, Toronto, Penguin, 2003, p.53
(4) Robert Putnam, Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community, New York, Simon & Schuster, 2000, p.283
- trad it.
Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America, Bologna, Il Mulino(5) Jeremy Rifkin, Il sogno europeo, trad. it. Milano, Mondadori, 2004, pag. 37